C’è un paradosso nel nostro modo di affrontare i problemi: più cerchiamo di regolamentare tutto, più diventa difficile cambiare qualcosa. Abbiamo norme per ogni evenienza, procedure per ogni situazione, controlli per ogni rischio. Eppure, le soluzioni concrete sembrano sempre più lontane. La complessità è inevitabile nel mondo moderno. La complicazione, invece, è spesso una nostra scelta.
Anche in Ticino, a ogni problema sembra corrispondere una nuova legge, una procedura o un ulteriore controllo. Tutto legittimo, talvolta necessario. Ma quanto di questo lavoro produce risultati concreti? Abbiamo probabilmente, e inconsapevolmente, confuso il fare politica con il produrre attività politica. A questo si aggiunge la necessità di apparire: avere sempre qualcosa da annunciare, proporre o rivendicare. La visibilità rischia di prevalere sull’efficacia, mentre le decisioni importanti richiedono spesso meno clamore e più concretezza.
Si alimenta così un circolo vizioso: più norme generano più adempimenti, controlli, strutture e personale chiamato a gestirli. E quando qualcosa non funziona, invece di correggere il sistema, aggiungiamo un altro tassello. Discutiamo allora della dimensione dello Stato e del numero dei suoi dipendenti, dimenticando che sono proprio i compiti e le procedure che gli affidiamo a determinarne il fabbisogno. Quando chiediamo uno Stato più leggero, e su questo siamo tutti d’accordo, dovremmo però avere anche la forza di provare a renderlo meno complicato.
Nel frattempo, la politica rischia di perdere proprio ciò che dovrebbe distinguerla: la capacità di scegliere e di assumersene la responsabilità. Tutto diventa urgente, tutto richiede una risposta. Ma quando tutto è prioritario, nulla lo è veramente. La politica disperde energie invece di concentrarle sulle decisioni che possono davvero cambiare le cose. Eppure, invertire questa tendenza è possibile. Non servono necessariamente grandi riforme o nuove leggi. Si può cominciare rimettendo in discussione ciò che già esiste, eliminando procedure inutili, restituendo autonomia a chi possiede le competenze e concentrando le risorse dove possono produrre risultati. Semplificare non significa rinunciare a governare, ma tornare a farlo con maggiore efficacia.
Le regole restano indispensabili: garantiscono diritti, trasparenza ed equità. Ma una buona amministrazione deve misurarsi anche sui risultati. E una buona politica si misura non dalla capacità di occupare la scena, ma dalla qualità delle decisioni che sa prendere e portare a compimento. È qui che pragmatismo, competenza e responsabilità possono tornare a fare la differenza.
Anche noi parlamentari, prima di ogni nuovo atto, dovremmo chiederci: è davvero necessario? Quale problema risolve? Come verificheremo che abbia funzionato? E soprattutto, siamo disposti a rinunciare a qualcosa di ciò che abbiamo costruito per far funzionare meglio il resto? Perché non vi è dubbio che abbiamo costruito uno Stato capace di regolamentare quasi tutto. Ma a cosa serve governare tutto, se poi risulta quasi impossibile cambiare qualcosa?
Paolo Ortelli, Tio, 12 ottobre 2026